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Alfredo Gismondi
Rilievi sulla ortografia e la
pronuncia del dialetto
genovese e qualche sua
peculiarit grammaticale

"A Compagna", Genova 1974
Prima edizione: Genova, Terrile e Olcese, 1949
Seconda edizione: Savona, editrice Liguria, 1958

[Prefazione di De Martini] [Introduzione del 1958]
[Ortografia e pronunzia]: [vocali] [consonanti]
[Particolarit grammaticali]: [il nome o sostantivo] [l'articolo] [gli aggettivi] [i pronomi] [i verbi] [le preposizioni] [gli avverbi] [le congiunzioni] [interiezioni] [accento tonico nei verbi]


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Prefazione di Luigi De Martini

Cai Zeneixi ,

ma soprattutto cari giovani genovesi, per Voi che A Compagna ha deciso la ristampa di queste Note di ortografia e di pronuncia genovese del nostro indimenticabile Alfredo Gismondi.

Caro Gismondi, me lo ricordo, io ragazzino, quando veniva a curarmi, da buon amico e medico quale era, con quel suo fare cos tipicamente nostrano, e ricordo che dopo avermi rimesso in sesto cominciava a discutere con mio Padre in genovese di cose e fatti genovesi. Qualcosa di allora forse ancora mi rimasto: la voglia di saperne sempre di pi di questa nostra lingua.

Perch abbiamo scelto il Gismondi? Perch Egli, oltre ad essere un profondo cultore della nostra parlata, ne aveva gi fatto un sistematico studio ed una certa sintesi. Per il momento quindi, ed in attesa che A Compagna, attraverso l'Accademia Ligustica do Brenno, che ne una sua emanazione codifichi, con la collaborazione di tutti (dai linguisti agli studiosi ed ai cultori) la nostra lingua e prepari un nuovo dizionario ed una nuova grammatica, eccovi questo libretto che certamente sar utile a tutti quanti vogliano sapere qualcosa di pi, specialmente sull'ortografia. E perdonatemi se scrivo in italiano, ma questo un discorso per quei genovesi che appunto san pi di italiano che di genovese e desiderano, attraverso il loro italiano, imparare a meglio conoscere la loro madre lingua genovese.

Luigi De Martini
(Console Generale alla Presidenza de A Compagna, ndr)

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Introduzione dell'Autore all'edizione del 1958

Non raramente mi arrivano per le mani foglietti a stampa, avvisi, inviti anche a scopo benefico redatti in una forma che vorrebbe essere genovese, ma che rivela una mancanza di cognizioni ortografiche tale da far dare dei sobbalzi (noi diciamo piggi di resti) come a vedere uno che si arroga di scrivere in una lingua straniera che non conosce affatto.

 

E non solo foglietti a stampa, ma opuscoli e libretti dal lodevole contenuto, massacrati ortograficamente cos da segnare una vera anarchia del nostro genovese. V' una ragione storica alla base di questa confusione, ed questa. Gli editori e stampatori nostri non si fecero per l'addietro troppo diligenti per provvedersi dei pochi caratteri indispensabili per stampare correttamente le cose genovesi. Non solo, ma per ovviare in qualche modo a tale deficienza, cercarono di aggiustarsi alla meglio sostituendo arbitrariamente caratteri e segni ortografici. Ci fu causa del disordine che si perpetua di generazione in generazione, e che molti, non a torto, lamentano.

Qualche lodevole eccezione merita di essere segnalata. Anzitutto la S.E.I. in unione ai fratelli Pagano. Il caro amico Giuseppe Peschiera quando si tratt della pubblicazione del mio Vocabolario genovese-italiano comp anche viaggi per procurarsi i caratteri necessari, quei caratteri che rendono tanto nitida e simpatica la ricerca d'una parola o d'una locuzione. Altri da segnalare sono Valentino Gavi, il benemerito direttore della rivista Genova ed ultimamente Silvio Sabatelli direttore di Liguria.

Nomi che debbo additare al pubblico plauso.

Ma ci malgrado l'arbitrio continua. Fa vero dolore vedere il pubblico di genovesi che continua a mandare in giro stampe che farebbero disonore al pi foresto dei foresti.

Preoccupato, per non dire addolorato di questo stato di cose, ho voluto ancora una volta stendere un compendio delle elementari norme di pronuncia ed ortografia del nostro rude ma duttile dialetto, che Malinverni elev alla dignit di poesia universale. Ricordino i pochi genovesi in mezzo all'invadente marea di immigrati che il dialetto nostro ancora la migliore forma di assimilazione degli alienigeni.

Alfredo Gismondi

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ORTOGRAFIA E PRONUNZIA

Per cominciare conviene rinfrescare le cognizioni del nostro alfabeto.

Esso consta delle seguenti 24 lettere:

ABCDEFGHIJLMNOPQRSTUVXZ

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Le vocali sono le 5 dell'italiano, a e i o u.

A queste bisogna aggiungere altri tre suoni:

  1. il suono d'una e larga aperta, che si esprime graficamente con ; Po, fr, st, gua, fro, ecc.)
  2. il suono della u lombarda o francese, espresso nella grafia con : m, z, sci, epp.
  3. il suono della tedesca o del dittongo eu francese, che sub nei secoli varie modificazioni: dal giusto ed originario oe all'oeu del secolo scorso, a u che l'ultima oramai passata nella consuetudine da noi ora per questo adottata; cos nelle parole bu, fugo, truggio.

Quando una vocale deve pronunciarsi allungata invalso l'uso di farla sormontare dal segno della dieresi, come nelle parole ze, se, sa, csa, mro ecc.

Fa eccezione la vocale o che in certe parole, sormontata dal segno della dieresi si pronuncia stretta, chiusa, come una u prolungata: anche per distinguer la parola da altra di uguale pronuncia, ma di diverso significato:

cos l, loro; c, col; sci, signor; in sci, sul; da l, lupo; c, colore; sci, fiore; in sci, in fiore.

In ogni altro caso la si pronuncia come una o prolungata, come nelle parole na, ontano, imbso, di malumore, ripso, riposo.

 

Uno scoglio che si para subito a chi prende contatto con l'ortografia e pronuncia genovese, la doppia pronuncia che ha la o: aperta e larga nelle parole corba, porta, posta, e chiusa e strettissima quale u nell'articolo o e nelle parole bricco, libbro, bosticc.

Eppure v' una legge fonetica fondamentale, che facilita, quando la si abbia presente, la pronuncia in apparenza astrusa: la legge questa.

La o va pronunciata aperta e larga quando vi cade l'accento tonico della parola. In ogni altro caso va pronunciata stretta e chiusa, quasi come u. Vediamo quali eccezioni vi siano a questa regola.

1) - Vi sono parole nelle quali l'accento tonico cade sulla o, che pure va pronunciata stretta e chiusa. Tali le parole monte, costo, pompa, tromba. Come si vede, in questi casi la o stretta si fa sormontare da lineetta o trattina. Quando per nei derivati, quando l'accento tonico spostato viene a cadere su altra vocale, tale segno va omesso perch in tali casi la o gi di per s chiusa e stretta, per non portare l'accento tonico, da essa migrato.

Ammiratore di Giovanni Casaccia al quale spetta il gran merito di avere adunato, nella seconda edizione del suo Vocabolario Genovese il Corpus del nostro dialetto, mi appare strano che sia sfuggita a lui la legge ortografica di cui sopra, ci che lo port a vari errori, tra i quali quello di conservare la lineetta su una o che non ne aveva affatto bisogno, scrivendo trmbett invece del corretto trombett e simili. Incomprensibile per me poi la pretesa di pronunciare alla lombarda la e scrivere virt anzich virt, creando confusione, poich in genovese abbiamo parole che terminano con che va pronunciato all'italiana, e sono le parole prez e scuccuz.

La , come tutte le altre vocali, pu essere lunga come in m, epp e breve come insci, z, virt. Non v' che la pratica che lo insegni. Ma la segna anzitutto il suono della vocale, non la sua quantit.

Vi sono anche parole nelle quali la o pur non portando l'accento tonico della parola si pronuncia aperta.

Queste in generale sono:

  1. parole che incominciano con o: ottanta, ospizio, omiscin, ostia;
  2. parole composte: cornabggia, portafuggio; fa eccezione portuvo dove 1a o stretta, chiusa.

Qualche cosa di simile vale per la e: aperta quando seguita da liquida r o l seguita a sua volta da occlusiva: erba, elmo, erto, si pronunzia aperta e larga; nei derivati per quando si sposta l'accento tonico, diventa stretta, come in erbetta, elmetto, ertessa. Cos da mere si fa ammer, da perde perdizin.

Ci non vale se al posto della liquida vi sia s. Cos si dice festa e testa, arresto e presto: la diversa pronuncia fa cambiare spesso significato testo con e larga il testo: con la e stretta la tegghia: psta vuol dire la peste, o invece nulla affatto! con la e stretta la terza persona indicativo singolare del verbo pest; da questa parola viene pesto, o pesto de baxaic.

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Detto cos brevemente delle vocali, veniamo ora alle consonanti. Diciamo subito che la x genovese ha lo stesso suono della j francese: cos xatta, xo, bxo.

La si pronuncia come una s dura: iula, etrn, ibbo, iga. La s ha, come nell'italiano, due suoni:

  1. uno aspro come in salamme, sessia, sigaro;
  2. un suono dolce come in reusa, casa, casetta.

Ha il suono aspro in principio di parola: sppa, sascio, seggia, sordatto.

Ha anche suono aspro nel corpo della parola:

  1. dopo vocale prolungata: cso, se, csetta, csa; fa eccezione soa ove si pronuncia dolce;
  2. seguita dalle consonanti c dura, f, p, q. t: scapp, sfigr, squaddra, stento, sti, ston.

Ha invece suono dolce:

  1. in mezzo a due vocali: casa, rusa, ghisa, so, riso;
  2. seguita dalle consonanti b, g, d, l, m, n, r, v: come nelle parole asbro, desdiccia, sguro, slavu, asmggi, snatru, sreglu, svamp.

Un suono tutto particolare del genovese quello graficamente espresso con sc-c ossia uno sh inglese seguito da c molle, come nelle parole sc-cetto, sc-ciuppetta, masc-cio, rasc-cia, sc-ciapp.

Anche la z ha due suoni distinti: uno aspro come in grazie, azin, dove in genovese suona quasi s dura; ed uno molto dolce, come in zizzoa, zilo, zazzn.

andato introducendosi di soppiatto nel nostro dialetto un abuso di sostituire cio la z alla s dolce, e scrivere cos ruza invece di rusa, marcheize invece di marcheise, zeneize invece di zeneise, preiza invece di preisa. Preso cos l'abbrivo, Casaccia scrisse zo e pertzo. Dobbiamo respingere senz'altro quest'abuso, che non ha ragione alcuna di glottologia, ma nell'ortografia genovese non ha altra spiegazione che le pecorelle fuor dal chiuso, e quel che fa la prima, e l'altre fanno.

Ritornare indietro quando s' presa la strada sbagliata non disonore, ma saggezza. Scrivete dunque rusa, preisa, peiso, ecc. Ma non scriviamo gi offeisa?

Dobbiamo ancora segnalare il suono nasale della n finale: pan, fen, vin, carbn, ancon, n.

Si ha anche un suono spiccatamente nasale nelle parole: lann-a, fnn-a, schenn-a, scnn-a, lnn-a ecc.

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PARTICOLARIT GRAMMATICALI

Passiamo ora a vedere le particolarit grammaticali del nostro dialetto. Per quanto esso abbia le grandi linee della lingua italiana, ha pure qualche aspetto grammaticale che gli del tutto proprio.

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IL NOME O SOSTANTIVO.

Pu essere anche in genovese nome proprio, o comune. Anche il nome proprio prende in genovese l'articolo: o Tognin, a Bedin, o Baciccia, a Cattainin, a Texo.

Bisogna sapere che i nostri vecchi tradussero in dialetto anche i cognomi, specialmente di nobili casate; cos volsero i Pallavicino in Pravexin, i Doria in Dia, Cambiaso in Cangixo ecc.. Genovesi d'origine sono molti cognomi contenenti una x: Bixo, Frixn, Maxena, Strexin, Strixu, cognomi che furono pi o meno massacrati col tentativo di italianizzarli.

Anche le parti del mondo prendono l'articolo: l'Europa, l'Asia, l'Africa, l'America, l'Australia. Cos i nomi di nazioni: l'Italia, a Frana, a Germania, l'Inghiltra. Non prendono articolo i nomi di citt e di borghi: Zena, Rmma, Pariggi, Bsanao, Roiu, Beghae, Murta, Zemignan.

Prendono articolo invece le regioni: a Ligria, o Piemnte, a Lombardia. Cos pure i fiumi e le isole: a Poneivia, o Besagno, a Palmaria, o Tin, a Gallina, come pure le citt che hanno l'articolo nella lingua italiana: a Spezza, o Sascello, ecc. Qualche localit prende l'articolo soltanto in dialetto: o P, a Martinn-a. Prendono l'articolo i nomi di montagne: o Beigua, o Dente, ecc.

Nei nomi comuni rileviamo come nel Genovese manca la distinzione nominale tra la pianta fruttifera ed il frutto. Mi significa tanto il melo come la mela; pi pero e pera; castagna il castagno e la castagna; noxe il noce e la noce e via.

Il frutto, o per meglio dire, la frutta, anche se al singolare, maschile, prende al plurale il femminile: o mi, e mie, o figo, e fighe, o prsego, e prseghe.

Fanno eccezione i briccoccali e i brignoin.

Del resto xa significa tanto il ciliegio che la ciliegia; determinante il contesto del discorso: quando diciamo: e xe son fiore evidentemente parliamo dei ciliegi; ma se diremo nna cavagna de xe intenderemo senza esitazione le ciliege.

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L'articolo determinativo: o fro, a lamma, i brignon, e fighe, l'fuggio, o prsego oppure indeterminativo n o nna: n palazio, nna gxa; al plurale dtri: dtri bibbin; oppure di: di merelli, o de al femminile: de gallinn-e, de articiocche, de castagne.

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GLI AGGETTIVI

L'aggettivo pu essere:

  1. qualificativo: bello, brtto, grande, piccin, rsso, verde, bn, grammo, cio, sco, biondo, neigro, ecc. Segue generalmente il sostantivo: n lensu pulito, n cappello neigro.
  2. indicativo, questo, quello: manca in genovese il cotesto: v' per contro l'abitudine di completare l'aggettivo, come lo si fa in Francia, con uno dei suffissi chi, l, l dicendo: questo libro chi, quell'erboo l, quella casa l.
  3. possessivo: m, t, s (volg. teu, seu). Generalmente preceduto dall'articolo: o m can, a t sc-ciupetta, o t cappello, i m nervi. Quando per si nomina singolarmente un familiare, l'articolo si omette: m fr, nostro barba, vostra madonn.
  4. numerale, che pu essere cardinale (n, du, tri) o ordinale (primmo, secondo, terso). In Genovese i numeri n, du e tri prendono anche il genere del sostantivo cui si riferiscono, nna, due, tr. Si dice cos du bu e due vacche, tri b, tr pgoe.

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I PRONOMI

Il pronome pu essere:

  1. personale: mi, ti, l per ambidue i generi: noitri, voitri per il maschile; voitre, noitre per il femminile, e cos loitri e loitre. Raramente si dice no, voi, e l che valgono per i due generi.
  2. possessivo: o m, o t, o s, oppure a m, a t, a s. Quest'ultimo vale anche per il plurale, giacch s significa tanto suo che loro. Richiamiamo il lettore alla diversit che esiste tra nna articolo e nn-a pronome.
    Chi nna sigaretta? Eccone nn-a.
  3. relativo: chi, che: nel parlar corretto chi si usa come soggetto, e che come oggetto, come in francese qui e que. L'interrogativo trattandosi di persona chi? Trattandosi di oggetto cose?
    Questo libbro che ti lzi o l' un libbro chi insegna tante cse. Va un p a vedde chi sunna. Cse t'ae dto?
    Per il plurale si usa solo che: I xelli che cantan; e gallinn-e che fan e uve; Cse ti vu mangi anchu? Si pu dire tanto Gh' l'ommo chi porta e uve, come ch'o porta e uve.

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I VERBI


Quattro sono le coniugazioni genovesi. La prima ha l'infinito in ed il participio in u: parl, parlu.

Altro deplorevole errore del Casaccia fu quello dell'accento circonflesso sulla o dei participii, scrivendo portu, scordu.

Abbiamo dovuto correggerlo in portu, scordu giacch l'appoggio sulla o brevissimo, mentre l'accento circonflesso esprime generalmente un appoggio pi lungo.

La seconda ha l'infinito in i, il participio in o: taxi, taxo. La terza l'infinito in e non accentuata ed il participio in o: temme, temmo.

La quarta l'infinito in , e il participio in o: fin, fino.

Molti sono i verbi irregolari, ma si comportano poco diversamente dall'italiano: vedde visto; and andto; f fto; lze ltto; d dto; frizze frto; mo morto; offr offerto, rende reiso, scrve scrto, ecc.

Una particolarit della nostra parlata quella che nella coniugazione dei verbi si raddoppia in tutte le flessioni della seconda e terza persona singolare il pronome personale; si dice cos:

mi parlo
ti ti parli
l o parla
, oppure a parla
mi andi
ti ti andi,
l o l'andi
, o a l'andi
mi sentieivo
ti ti sentisci
l o sentieiva
, oppure a sentieiva
mi sento
t' sento
l o l' sento
, o a l' sento.

Come si vede, nella terza persona singolare quando il verbo o l'ausiliare comincia con vocale, s'interpone l'apostrofo.

Anche nel parlar comune, quando si omette il pronome principale, non si omette mai il secondo pronome:

t' visto? o l' mangiu.

I verbi riflessi si coniugano cos:

mi me vesto
ti ti te vesti
l o se veste
me son fto a barba
ti t' fto a barba
o se fto a barba

Nel Chiavarese per dire che un bambino sorride, dicono: se re.

I verbi impersonali non prendono all'ausiliare salvo al passato prossimo: ciuve, cioveiva, l' ciovo, lampezza, trnn-a, neiva: l' lampezzu, l' tronnu, fto burrasca, l' baexinu.

Pare per che un tempo questi verbi prendessero la particella "o" come soggetto. Lo fa ritenere il grido dei ragazzi per le strade quando nevica: O neia!

Una regola importante la seguente:

Quando un verbo che indica un'azione collettiva precede il soggetto, si mette al singolare, anche se il soggetto al plurale. Si dice cos: cruva e fugge, nasce i funzi, cazze e castagne, s'accrtisce e giorn, passa i trdi, s'impe e amandoe.

I verbi genovesi nel secolo scorso subirono una grave mutilazione con la perdita del passato remoto, che ricordo esisteva nelle filastrocche che udivo da bambino:

andascimo in te l'orto,
stescimo allegramente,
asc ghe n'a de gente
de rispetto.

Oggi per indicare il passato non rimasto che l'imperfetto ed il passato prossimo, anche per indicare cose antichissime.

Eva a s' lasci tent da-o serpente: No o l' fabbricu l'arca: Romolo o l' fondu Romma.

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LE PREPOSIZIONI

Le preposizioni sono semplici o articolate. Un'altra pietra d'inciampo per chi vuole adoperare il genovese senza conoscerlo a fondo.

La preposizione de con l'articolo o fa do, del, con l'articolo a, da, dell'.

Che pena vedere scritto de-o, de-a, veri barbarismi del nostro dialetto! No cri cosc forte: no me f piggi di resti. Fa port da legna, che se fa ci freido.

fto d recatto a o bronzin ch'o spandeiva, da-o latton da Maddnn-a. A Nettin a l' a Messa? No, a l' andta schua a piggi a Cattainin. S' misso o greg, gh' o gro ai mnti.

Altra preposizione comune pe per: Levite de pei p! La preposizione in si unisce all'articolo mediante una t: in to pozzo: in ta pgnatta: bgge che va in te stelle.

Pare che un tempo in si unisse direttamente all'articolo, come sembrano attestare espressioni rimaste: ino Campo, ino Ruso, ino Prin: a Sant'Olcese v' un gruppo di abitazioni su una costiera montana, che viene chiamato ini mnti. I Prati di Mezzanego in quel di Borzonasca vengono detti in dialetto Inepr.

Su o sopra si esprime con in sce che si unisce all'articolo, a far in sci teito, in sci terrassa, in sc btteghe.

A l' a fa da gatta ma, d'in sci bar in sci ta.

Con si articola con o c, con a co-a, con i co, con e co-e: Si dice cos Lasagne c tocco, troffie c pesto, riso co-a tomata, polenta c tocco de funzo; ci co bertoli.

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GLI AVVERBI

L'avverbio pu essere:

  1. di tempo: ua, a momenti, sbito, da chi a n p, vi, anchu, doman, ttt'assemme, in sce l'atto, o meise intrante, ecc.
  2. di luogo: chi, l, l, lasci, lazz, in imma, in fondo, de d'to, de stta, in faccia, davanti, de der, drento, de fua, a cantaf, ecc.
  3. di moto: adaxo, cianin, fto, asbriu, cmme o lampo, ecc.
  4. di quantit: tanto, poco, poco ass, troppo, ninte, pecosc, pesso, n p, abbrettio, manco, ecc.
  5. di modo: ben, m, cosc, voenta, pe forza, reversa, abbrettio (a vanvera), ecc.

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LE CONGIUNZIONI

Congiunzioni: e, , se, ma, pre, asc, ancn, cmme La e davanti a vocale non prende mai, e neppur la o, un d eufonico. Fa veramente pena il poeta che ricorre a tale zeppa per far camminare il verso. Da tale menda non rifugg neppure il nostro Nicol Bacigalupo, come non rifugg da italianismi.

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INTERIEZIONI

Meglio non soffermarci in questo campo, e tanto meno passare ad esemplificazioni: proprio qui che si sbizzarrisce il florilegio della parlata cruda del nostro popolo in forme che Orazio trepidava che i Satiri potessero portare sulle scene.

Anche quelle apparentemente pi innocue non sono che eufemismi non troppo larvati.

Le pi comuni e innocenti sono perdiesann-a, bcciare, poscitose, poscito vegn, zubbo.

Con quest'ultima parola si entra in un campo minato dove pericoloso addentrarsi.

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L 'ACCENTO TONICO NELLA CONIUGAZIONE DEI VERBI

Per completare queste poche osservazioni grammaticali, vogliamo ancora richiamare l'attenzione del lettore sulle flessioni della coniugazione dei verbi, in rapporto alla posizione dell'accento tonico.

In molti verbi della prima coniugazione (respi, indo, remen, ecc.) quando l'accento della flessione si sposta sulla penultima sillaba, si ha un allungamento di questa (respo, indu) ottenuto talora con un raddoppiamento della vocale che segue (tribol, mi tribollo, remen, mi remenn-o) o con la sformazione della vocale semplice in dittongo (zg, mi zugo; trov, mi truvo).

Nei verbi della terza coniugazione che invece hanno un dittongo sulla penultima sillaba, come beive, il dittongo si fa vocale semplice quando perde l'accento tonico: mi beveivo.

Ed ora a proposito di coniugazioni un'interessante osservazione fonologica: nei verbi che come port e moll hanno all'infinito una "o" stretta e chiusa, nell'indicativo presente quando vi cade l'accento tonico, questa diventa larga ed aperta: mi porto, mi mollo: una conferma chiara della legge fonetica della quale poc'anzi facevamo cenno.

Cos in quei verbi che hanno l'accento su una cos graficamente contrassegnato, se nelle flessioni l'accento si sposta la lineetta soprastante va omessa, perch la o diventata stretta di per s. Mi m'ascndo, all'imperfetto mi m'ascondeivo: cos confnde, rispnde: nel participio di quest'ultimo verbo diremo risposto con o largo, perch porta l'accento tonico. Viceversa l'indicativo mi m'accosto con o larga perch porta l'accento tonico, quando questo passa su altra sillaba la o diventa stretta e chiusa: mi m'accostieivo, sentiamo da nostri giocatori di bocce.

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