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Alfredo Gismondi
Nuovo Vocabolario genovese italiano
Fides, Genova, 1955

[ortografia e pronunzia] [vocali] [consonanti]
[particolarit grammaticali] [nome] [articolo] [aggettivo] [pronome] [verbo] [preposizione] [avverbio] [congiunzione] [interiezione] [coniugazioni e accenti]


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Ortografia e pronunzia

Lalfabeto genovese consta delle seguenti 24 lettere:

A  B  C    D  E  F  G  H  I  J  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  X  Z

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Le vocali sono cinque come nell'italiano: per debbono aggiungersi altri tre suoni che non esistono nell'italiano, e che sono:

  1. il suono d'una e moltissimo aperta espresso dal dittongo ae;
  2. quello che i francesi esprimono col dittongo eu e che da noi ha subito molte e varie grafie. non tutte felici, mentre primitivi lo avevano molto opportunamente indicato coi dittongo oe; nel XVIII secolo divent oeu, e pi tardi passo nell'attuale grafia u, che quella adottata solo in omaggio all'uso in questo vocabolario, sebbene a me paia molto pi confacente all'usanze nostre l'antica di oe;
  3. la u lombarda che si esprime con

Per venire alla pronuncia delle singole vocali, anzitutto dir che il loro suono pu essere lungo o breve: quando lallungamento deve essere indicato nella grafia si fa sormontar la vocale dal segno della dieresi, , , , , . Cos scriveremo soa, se, csa, mro, ze.

Una particolare considerazione merita la pronuncia della o. Questa vocale ha nel genovese due pronunzie molto diverse, una larga ed aperta. come nella parola porta, ed un'altra strettissima e chiusa tale da riuscire praticamente u, come in teito, libbro. bollitigo. E v' una legge generale secondo la quale la o si pronuncia aperta quando vi cada l'accento tonico della parola: in tutti gli altri casi si deve sempre pronunciar chiusa, e non v' perci bisogno di segni grafici particolari. Vediamo ora le eccezioni a questa regola.

  1. Vi sono parole nelle quali l'accento tonico cade sopra una o, che tuttavia deve pronunciarsi chiusa: in tal caso per nella grafia la si fa sormontare da una lineetta, . Cos nelle parole mnte, rso, trta, trmba, csto, ecc. Quando per nei derivati di queste parole l'accento tonico anzich sulla o viene a cadere su un'altra sillaba, la o diventa di per se stessa chiusa, e non v' che scriverla semplice senza segno alcuno: cos orsetto, montagna, tortaea, trombett, costettin. Casaccia err mantenendo anche in queste parole la .
  2. Vi sono altre parole nelle quali la o, pur non portando l'accento tonico, deve pronunciarsi aperta e non chiusa: queste sono:
    1. le parole con o iniziale: offerta, offeisa, ottanta, omiscin, ostaia, offiziu, ecc.
    2. parole composte, nelle quali la prima parte porta una o aperta, sebbene nel composto non pi accentuata, come in portafuggio, cornabggia. In tal caso non si richiede alcun segno particolare, che invece sar necessario se la o iniziale, anche portante l'accento tonico debba pronunciarsi chiusa, come in rso, rdine, rmo, mbra.

Non altrettanto precisa la regola per la pronuncia della e. Anche questa vocale ha una pronuncia aperta come nella parola erba, ed una stretta come nella parola zetto.

La e generalmente aperta quando vi cade laccento tonico ed seguita da r seguito a sua volta da altra consonante: cos in erto, averto, mere, sterso, guerso; ritorna per stretta quando perde l'accento tonico ertessa, averta. sters, inguers. Lo stesso avviene quando seguita da l seguito a sua volta da altra consonante elmo, feltro, svelto, ridiventando stretta in elmetto, feltru, sveltessa. Questa legge per non vale per la e seguita da s ed altra consonante poich se aperta in festa, resto, contesto, invece chiusa in testa, presto, pesto, questo, ecc. Vi sono parole che hanno una grafia uguale ma diverso significato a seconda che la e chiusa od aperta: letto con e chiusa il letto; con e aperta il participio del verbo lze; cos tsto con e aperta il testo (di legge, ecc.) e testo con e chiusa la tegghia; psta con e aperta significa la peste (oppure anche ma che!) mentre pesta con e chiusa la terza persona singolare indicativo del verbo pest. Come si vede, in questi casi si suole contrassegnare la e aperta con l'accento grave.

La u ha le stesso suono che ha nell'italiano. Per contro la con accento circonflesso il segno grafico della u lombarda o francese che dir si voglia.

Contrariamente a quanto fa Casaccia, noi scriveremo sempre cos la anche breve e finale, come in ci, virt, sci, z, epp. Il voler adoperare in questi casi l'accento grave falsa addirittura la pronuncia creando anche confusioni poich vi sono parole nel nostro genovese le quali terminano con che va pronunziato come u italiana: cito le parole, prez e scuccuz.

Dicemmo che il segno della dieresi serve a indicare una vocale prolungata. Vi sono pero certi casi in cui una con il segno della dieresi va pronunciata assolutamente chiusa questo avviene per distinguere il significato di quelle parole da quello di altre di uguale pronuncia ma scritte con la consueta grafia. Cos si distingue:

l, loro da l, lupo
c, col da c, colore
sci, signore da sci, fiore
in sci, sul da in sci, in fiore

Salvo queste poche eccezioni la si pronuncer sempre come o aperta e prolungata.

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Per venire ora alle consonanti, diremo che la si pronuncia sempre come s aspra. La x ha in genovese una pronuncia assolutamente propria come una j francese.

La s ha come nell'italiano due suoni, uno aspro e sibilante come nella parola semenza, ed un altro dolce quasi di z come in creusa, reisa, accsa.

Ha suono aspro:

  1. quando in principio di parola seguita da vocale oppure dalle consonanti c dura f, p, q, t, come scapp, sent, sordatto, sppa, sfigr, spavento, squaddra, stae.
  2. quando nel corpo della parola preceduta da n, r, come rso sterso, sguerso, oppure tra due vocali di cui quella che precede porta il segno della dieresi: imbso, fso, se. sa, csetta, csa; fa eccezione la s della parola soa che si pronuncia dolce come nell'italiano isola.
  3. nel pronome se unito all'infinito d'un verbo riflesso: lavse, strenzise, spremmise, addormse.

Ha invece suono dolce:

  1. in mezzo a due vocali senza segno di dieresi: casa, naso, vasetto, rusa, so, accsa.
  2. quando seguita dalle consonanti b, d, g, l, m, n, r, v: asbro, desdiccia, sguro, slavu, asmggi, snatru, sregolu, svista, svamp.

Un suono tutto particolare che il genovese ha in comune con la lingua russa quello espresso graficamente con sc-c, e si pronuncia come un ch francese o un sh inglese seguito immediatamente da una c dolce italica come nelle parole masc-cio, sc-cetto, sc-cippetta, rasc-ci.

Anche la z ha in genovese due suoni ben distinti: uno aspro come una s aspra, ozio, grazia, azin, ed un altro, spiccatamente dolce, come in zazzn, zilo, zorzo, mazzo, zerbo.

Da tempo s' introdotto nel genovese l'abuso di sostituire addirittura la z alla s dolce in parole che nell'italiano hanno effettivamente una s dolce: cos invece di rusa si scrisse ruza, zeneize invece di zeneise, marcheize invece di marcheise; Casaccia arriva a scrivere preiza, inteiza. Per conto nostro crediamo opportuno abbandonare quest'uso che non ha giustificazione alcuna e ritornare alla s dolce conformemente alle leggi glottologiche: si eviteranno cos confusioni inopportune, tanto vero che Casaccia mentre scrive zo e pertzo, poi scrive invece accsa. Diremo pertanto offeisa, difeisa, peiso, preisa, ecc.

Un suono spiccatamente nasale ha nel genovese la n finale: pan, seren, piccin, etrn, n; tale pronuncia nasale si mantiene anche in parole terminanti con vocale preceduta da nn- come campann-a, schenn-a, tinn-a, scnn-a, lnn-a nelle quali la n assume una pronuncia gutturale tutta particolare.

Nota: nei dialetti liguri di valle Stura lo stacco nella pronuncia avviene tra due n ln-na, campan-na.

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Particolarit grammaticali

La grammatica del nostro dialetto genovese, se pure ha le grandi linee della grammatica italiana, non manca di tratti particolari i quali le impartiscono una sua caratteristica fisionomia. Vale perci la pena di analizzare un po da vicino questi tratti caratteristici, sebbene noi li applichiamo di fatto ogni giorno senza avvedercene e li sentiamo applicare nella parlata dai nostri concittadini, cos come li apprendemmo da bambini dai nostri genitori e familiari, tramandati delle generazioni che li precedettero. Faremo quindi una rapida scorsa in tutti gli elementi grammaticali, lasciando deliberatamente da parte tutto quello che comune alla lingua italiana ed al nostro dialetto, per mettere in evidenza tutto ci che a quest'ultimo prettamente caratteristico.

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Il nome o sostantivo , come nell'italiano, proprio o comune, maschile o femminile. Il neutro non esiste nel nostro dialetto. Non v' una declinazione, e i vari casi o complementi si designano mediante preposizioni: de per il genitivo, a per il dativo, da per l'ablativo. Cos possiamo dire: faeto da reccatto a-o bronzin cho fava danno da-o latton da Maddaenn-a. Ritorneremo parlando delle preposizioni articolate.

I nomi propri di persona prendono in genovese l'articolo, tanto i maschili che i femminili. Diciamo cos: o Bacciccia, o Giumo, o Tognin, o Dra, a Bedin, a Momminn-a, a Catainin, a Texo. I nostri vecchi tradussero in genovese persino i cognomi, specialmente delle nobili casate: cos Pravexin i Pallavicino, Dia i Doria, Negrn i Negrone, Cangiaxo i Cambiaso, Drazzo i Durazzo, Quiu i Queirolo, Cison i Chiossone, Gaibado i Garibaldi; oltre a molti cognomi originariamente genovesi, e specialmente quelli contenenti una x (suono della j francese}, come Bixo, Lxu, Frixn, Strexin, Maxena, Strixu; ed altri, pi o meno malamente tradotti oggi in italiano.

Anche i nomi di parti del mondo, di nazioni, e regioni, portano larticolo: lEuropa, lAmerica, lItalia, a Frana, a Spagna, o Portogallo, a Ligria, o Piemonte, a Lombardia. Per contro non prendono l'articolo nomi di citt, di borghi e villaggi: Zena, Rmma, Pariggi, Lisbnn-a, Rapallo, Savnn-a, Camggi, Bsanaeo, Murta, Beghae, Bargaggi, Capenardo. Diciamo invece a Spezza, a Scoffera, e Vignue, e Cabanne, i Frixon, che anche in italiano hanno l'articolo; oltre ad altri, come o P, o Sascello, a Steia, l'Orba, a Martinn-a, che oggi un italiano l'hanno perduto Anche le isole e i fiumi hanno l'articolo o Besagno, a Poneivia, a Palmaria, o Tin, a Gallinaea.

Una particolarit del dialetto genovese quella che non ha, come l'italiano, due denominazioni per distinguere lalbero dal frutto, cio maschile il primo, generalmente femminile il secondo. Cos mi indica tanto il melo che la mela pi il pero e la pera; prsego tanto il pesco che la psca, sciorboa tanto il sorbo che la sorba; xa tanto il ciliegio che la ciliegia, ecc.; anche i frutti maschili al singolare mi, pi, prsego, figo prendono al plurale il femminile meie, peie, prseghe, fighe; fa eccezione bricccalo che maschile anche al plurale, bricoccali e brignn pure maschile, brignon. Uga funge come uva in italiano da collettivo e non prende plurale, se non per significare le qualit d'uve. Per questo castagna significa tanto il castagno che la castagna, noxe il noce e la noce, nisseua il nocciolo e la nocciola, oiva tanto l'ulivo che l'oliva, sersa tanto il gelso che la mora di gelso.

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L'articolo :

  1. determinativo, o, a per il singolare davanti a consonante; i e e per il plurale tanto davanti a consonante che a vocale: l' davanti a vocale al singolare. Cos o carggio, a stradda, o s, a lnn-a, l'arba, l'erboo, l'orto, l'inguento, l'mbra, lso, i si, i orti, i erboi, e mbre, e erbe, e stradde, i caruggi, e, stelle, i unguenti.
  2. indeterminativo n, nna, e al plurale di, de: n bae, nna crava, n ommo, nna donna, di figgiu, de figge; ed anche in modo collettivo, do fen, dell'ga, de patatte, do gran, di erboi, de noxe, de articiocche, di merelli.

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L'aggettivo :

  1. qualificativo: bello, brtto, grande, piccin, storto, drto, scivertu, bravo, cattino, bn,. grammo, verde, rosso, ecc. Si colloca a volont prima o dopo del sostantivo: n ommo bravo, n bravommo; n quaddro bello, n bello quaddro, bench nella parlata esistano sfumature tra l'un modo e l'altro, che solo la pratica capace di insegnare;
  2. indicativo: questo, quello: il cotesto italiano manca nel genovese. Spessissimo nella parlata questi aggettivi si completano come nel francese, col suffisso chi, l, l, questo libbro chi, quello fire l, quella casa l.
  3. possessivo: mae, t, s (volg. tu e su), nostro, vostro (oppure nostra o vostra), s, (o su). ' generalmente preceduto dall'articolo: o mae can, a mae sc-cippetta, o t cappello a s casa, a vostra famiggia, i mae nevi, i nostri barbi e e s lalle. Nominando un familiare singolarmente per l'articolo si omette. Mae frae, t su, s moae, vostro cgnu, s suxoa, nostra madonn, vostro barba.
  4. numerale, tanto cardinale (n, du, tri, ecc.) come ordinale (primmo, secndo, terzo, ecc.). Una particolarit del genovese, che non solo luno prende il genere maschile e femminile del sostantivo al quale si riferisce, ma anche il due e il tre. Cos si dice n bibbin e nna bibbinn-a, ma anche du bibbin e due bibbinn-e; tri bu e trae vacche. Quando n adoperato come pronome (ghe n' n) il suo femminile invece di nna, diventa nn-a. T'ae miga nna penna? Chi ghe n' nn-a

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Il pronome :

  1. personale: mi, ti, l, che valgono per entrambi i generi: noitri o noitre, voitri o voitre, loitri o loitre. Raramente si dice no, vo e l.
  2. possessivo: o mae, o t, o s (oppure a mae, a t, a s) o nostro (o a nostra), o vostro (o a vostra) o s (o a s). Quella casa l a l' a nostra, questo cavallo o l' o mae, chi gh' n libbro ch'o l' o t;
  3. indicativo: questo chi cos'o vu? - mi quello l no l' mai visto e mai conoscio,
  4. relativo: chi e che. Chi dall'interrogativo indica persona: chi o l staeto? Per indicare un oggetto l'interrogazione cse? Cse l' tanto ramadan? Al singolare chi e che in una proposizione affermativa o negativa si usano come in francese qui e que; ossia chi riferito al soggetto, e che al complemento oggetto. Cos diciamo: questo o l' n cotello chi taggia ed anche o libbro che ti lezzeivi o l n libbro chi insegna tante cse, o l' n ommo chi sa o faeto s. Per contro al plurale del soggetto si usa il che: e gallinn-e che no fan d'uve, i xell che cantan e fan o no gh' e fighe che matran. A ben considerare, il chi corrisponde ad una crasi di che e o, ch'o talch si pu dire l'ommo ch'o l'acchugge e fighe, e l'ommo chi lacchugge e fighe.

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I verbi. Accennai gi che le coniugazioni dei verbi genovesi sono quattro. La prima ha l'infinito in e il participio in u: arriv, arrivu; la seconda ha l'infinito in i e il participio in o: taxi, taxo, la terza ha l'infinito in e non accentuata, ed il participio (nei regolari) in o: temme, temo, la quarta ha l'infinito in ed il participio in o: fin, fino.

I verbi irregolari si comportano ben poco diversamente dall'italiano: vegn ha il participio vegno; vedde, visto; and, andaeto; f, faeto, st, staeto; lze, ltto; correzze, corretto; crov, coverto; arv, averto; rende, reiso; prende, preiso; scrve, scrto; d, dto; frizze, frto, mo, morto; offr, offerto.

Una particolarit della coniugazione dei nostri verbi genovesi il raddoppiamento del pronome personale alla seconda e alla terza persona del singolare, in tutte le flessioni della coniugazione:

mi mangio ti ti mangi l o mangia (o a mangia)
mi scriveivo ti ti scriveivi l o scriveiva (o a scriveiva)
mi taxi ti ti taxiae l o taxi (o a taxi)
mi dieivo ti ti diisci l o dieiva (o a dieiva)
mi fino ti tae fino l o l fino (o a l fino)

Come si vede, alla terza persona quando il verbo o l'ausiliare comincia con vocale s'interpone un l': cos si dice pure o landi, o l'arriva, o l'impe, o l'insegna, o l' seccu, o l averto.

Anche quando nel parlar comune si tralascia il pronome alla prima persona, alla seconda e terza resta sempre il pronome secondario ti, o a. Mangio, ti mangi? o mangieiva. Cs'o fa? Cse ti inandi? Mi me p cho dorme. Ne gh verso cho sadesce.

I verbi riflessi si coniugano con questa norma:

mi me vesto ti ti te vesti l o se veste
mi me son addormo ti ti t' addormo l o s' addormo

Cosi si dice me son faeto a barba, ti tae faeto a barba, o s faeto a barba. Alln, vestite!

Nel Chiavarese per dire che un bimbo sorride, dicono: O se re.

I verbi impersonali non prendono articolo, salvo al passato prossimo, quando si adopera l'ausiliare se o avi: ciuve, neiva, lampezza, trnn-a, bexinn-a; l ciovo, l nevu, faeto burrasca.

Pare tuttavia che un tempo vi fosse l'uso di far precedere, come in francese, l'articolo o. Lo fa pensare il grido dei ragazzi per le strade quando nevica: o neia!

Quando un verbo indicante un'azione collettiva precede il soggetto che al plurale, si comporta come quasi un verbo impersonale e resta cos al singolare. Cruva e fugge; cazze e castagne; nasce i funzi; passa i tordi; s'accrtisce e giornae; ma se si costruisce la proposizione mettendo prima il soggetto, il verbo concorda anche nel numero. E fugge cuvan, i funzi nascian, e giornae s'accrtiscian.

I verbi genovesi subirono nel secolo scorso una grave mutilazione e fu la perdita del passato remoto. Lo troviamo ancora in Martin Piaggio e specialmente nelle sue favolette:

sciort alla da-a s tannetta
n grilletto, e prinipi
a canta a s cansonetta.

ed ancora in un'altra:

n s-s de raetin
de quelli ben piccin,
n girno ch'o pass
da n lago, o se spgi:
e in vedde e s cimminn-e
con tante pittettinn-e
o disse: m'assmeggio.
...

Ho ancora nell'orecchio una filastrocca che sentivo i vecchi ripetermi nella mia infanzia:

andascimo in le l'orto
stescimo a1legramente
a sc ghe n'a de gente
de rispetto.
Mangiascimo n laccetto
...

Oggi non rimasto, accanto all'imperfetto, che il passato prossimo fatto coi due ausiliari se e avi. Anche i fatti pi lontani sono espressi con questo. Romolo o l fondu Rmma. Virgilio o l' scrto lEneide. Dante o l' staeto in esilio. Eva a s' lasci tent da-o serpente.

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Le preposizioni seguono in genere le regole delle preposizioni italiane: non male pero esaminare certe particolarit delle preposizioni articolate, come gi accennavo.

  1. de: do (del), da (della), di (dei o degli), de (delle). O l' o figgio do Dra; o frae da Bedin; o bosco di' fratti; i figgiu de schue. Si usa anche come partitivo: ghe n' da frta? Mangio do pan e de fighe; Ti me fae piggi di resti; Besugna f port de legne, do carbn e di rii; Chi de gas no ghe n', ma gh' invece n bell'angiu dga.
  2. a: a-o (al), a-a oppure (alla), a-i (ai o agli), a-e (alle). Te-o diggo a ti; ghe l daeto a l; o l' schua; vaddo a-o tiatro; a Rosin a l' predica; gh o garo a-i monti; fasso da o verde a-e gixie; d un po de mondaggin a-e gallin-e.
  3. Pe (per): pe-o, pe-a, pe-i, pe-e o p; te piggio pe-o collo; tro pe-a testa! levite de pe-i p! che remescio pe-e stradde!
  4. in: si articola per mezzo della particella te con la quale si fonde l'articolo: in to, in te, in te l: in tn momento; in tnna stanza; in to feugo; in ta pola; in to tianin; in te laegua; in ti pastissi; in te sbigge, in ta stacca. Si usa anche come nell'italiano senza articolo: in m, in e, in taera, in cxinn-a, in cantinn-a, in barca. Nel genovese antico pare si facesse sovente seguire l'articolo immediatamente a in prima del sostantivo: residuano ancora nel nostro popolo certe indicazioni topografiche che conservano quest'uso ora scomparso; si dice cos ancora ino Campo, ino Prin , ino Ruso; a Sant'Olcese v'e ancora un gruppo d'abitazioni su una costa montana che chiamato ini mnti. Il nome dialettale dei prati di Mezzanego nel Chiavarese ine Prae.
  5. in sce (su): si dice in sce-o teito ma meglio in sci teito, in sci ciassa, in sc btteghe, in sc terrapin, in sce l'arta, a l' a fa da gattama din sci bar` in sci ta.
  6. cn: c (col), c-a (con la), c-i (coi o con gli),c-e (con le), c vento in poppa, c sc-cuppo vuo, -a pansa pinn-a, c-i uggi bassi; c-e braghe in man; c tcco, c pesto, c-a tomata, c tcco de funzo, c btiro. Se senti dire a-o pesto, o peggio a-o sgo, quello sicuramente un foresto, a meno che non sia un genovese assai povero di spirito.

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Avverbio:

  1. di tempo: oua, a momenti, sbito, da chi a n p, n p fa, anchu, vi, vanti, ltro girno, a settimann-a pass, zuggia chi ven, o meise intrante, doman, doppo doman, primma, doppo, in to maeximo tempo, in sce latto, tttassemme, ecc.
  2. di luogo: chi, l, l, lasci, lazz, in imma, in fondo, de dto, de stta, in faccia, davanti, de dietro o der, drento, de fua, a cantaf, ecc.
  3. di moto: cianin, adaxo, fto, spedo, asbriu, cmme o lampo, ecc.
  4. di quantit: tanto, poco, troppo, pocassae, assae, pe cosc, pesso, ninte, n p, ben ben, abbrettio, manco. No gh manco nnanima; de guardie no ghe na pesso, sordatti invece abbrettio;
  5. di modo: ben, m, cosc cosc, voenta, pe forza, reversa, apposta, pe re, pe davvi, bell mgio, abbrettio (a vanvera), ecc.

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Congiunzioni: e, o, se, ma, per, pre, scibbn, ancn, invece, cmme, perch, ecc. Nel dialetto genovese le congiunzioni e ed o come neppure la preposizione a prendono mai una d davanti a parola che incominci con vocale. Fa veramente pena il poeta che non si perita di usarla, e come zeppa per far camminare il verso. cosa assolutamente riprovevole e innaturale nel nostro dialetto, a questo rimprovero non sfugge neppure il nostro bravo e indimenticabile Nicol Bacigalupo nella sua traduzione dell'Eneide.

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Interiezioni. Crederei meglio non parlare affatto delle interiezioni del dialetto genovese, specialmente di quelle di meraviglia piuttosto che scendere ad esemplificazioni. qui che si riversa il florilegio della parlata cruda e espressiva del nostro popolo ma in forme che Orazio trepida che i Satiri possano osar portare sulla scena. Rammenteremo solo le pi comuni e pi innocenti: perde, perdiesann-a, poscitose, pscito vegn, bcciare, zbbo.

Con quest'ultima parola entriamo in un campo minato nel quale assai miglior cosa non avventurarvisi. Troveremo anche voci apparentemente innocenti, ma che in fondo sono eufemismi che mascherano parole da non usarsi affatto in famiglia o in buona societ.

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Per ultima cosa giova considerare il comportamento di certi verbi nelle flessioni della coniugazione in rapporto alla posizione dell'accento tonico.

Nella prima coniugazione in cui nell'infinito l'accento tonico cade sull'ultima sillaba (mangi), quando questo nelle flessioni si sposta sulla penultima, la vocale di questa spesso si allunga sia ricevendo il segno della dieresi (respi, mi respo; indo, mi indu) oppure raddoppiando la consonante che segue (tribul, mi tribollo; remen, mi remenn-o), od anche cambiandosi in dittongo (pes, mi peiso; trov, mi truvo; zg, mi zugo). Ci accade anche per qualche verbo della quarta (crov, mi cruvo; mo, mi muo; corr, mi cro).

Nei verbi della terza che generalmente hanno l'accento tonico sulla penultima sillaba, che allungata o dittongica, accade il fatto opposto, ossia nelle inflessioni in cui l'accento si sposta, questa vocale si abbrevia o si semplifica se dittongica. Cos nei verbi ciuve, ciovo, beive, mi beveivo. scrive, scriveivo.

anche interessante osservare come verbi con una o non accentuata e chiusa, coniugati in inflessioni in cui su questa o viene a cadere l'accento, questa diventa pure aperta. Cos port, moll, al presente indicativo singolare fanno mi porto, mi mollo. una conferma della legge fonetica alla quale accennai da principio.

Ora per terminare, un saluto in genovese ai miei buoni Lettori: Allegri, ve reveiscio, salte.

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