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C
di Umberto Violante

Correndo in camper da Como a Cesenatico lungo la circonvallazione, Carlo chiese concitatamente a Corrado Cerofolini, cauto ma convinto campeggiatore:

“Corrado, che cosa cucinerai al compleanno della cognata Claudia? Cotechini con le cotiche? Cosciotti di cinghiale? Croissant con crema di cavoletti?”

“Ma di che cavolo cianci?” chiese il compagno, chiuso di carattere e contrario alle chiacchiere in caravan.

Ma Carlo, curiosissimo e ciarliero, continuò cocciuto:

“E che cosa le comprerai? Una cintura di coccodrillo? Una camicetta di cotone color cremisi? Una confezione di caramelle o di cioccolatini al caffè?”

“Chiudi i canini!”

“Credevo che ...” concluse Carlo, cadendo dal cielo. Si curvò a cogliere castagne, che conservò con cura nei capienti calzoncini celesti.

“Credevi un corno, cretino!”

Così Corrado chiuse la conversazione, o così credette.

“Che creanza! Ti credevo più cerimonioso. - commentò il compagno. - E non correre! Controlla il cruscotto! Un colpo di clacson! Chiudi il condizionatore.! Cerca un canale di canzonette, che voglio canticchiare un po’. Cambia corsia!”

“Continua così e ti caccio fuori!”

“Cuccurucù!”

“A chi cuccurucù?”

“E’ una celia, Corrado”.

“Crepa! Cammini come un canguro, cogli castagne, cianci come una cocorita in calore... Credi di comportarti con me come con il cugino Camillo, un cafone di campagna?”

“Ah, Camillo, che caro congiunto! Campagnolo, certo, ma carino, cameratesco, cordiale. E che coerenza di concetti, che certezza di costrutti...”

“Che un canchero ti colpisca il cervello!”

Carlo, confuso, chinò il ciglio e conficcò il capo tra le cosce. Corrado si cautelò chiudendogli la carotide con un cerotto, per cui, per circa cinque chilometri, camminarono senza chiacchierare: Corrado corrucciato e in crisi, Carlo congestionato, ma convinto a continuare.

“Corrado...” cominciò dopo il casello di Cesena, ciucciando una carota chiesta a credito ad un coniglio.

“Che c...cerchi?”

“Corrado, il cordoglio che covo in cuore mi carpisce il coraggio di cozzare contro il cupo cipiglio che conservi con un clamoroso ceffone”.

“Chiamalo coraggio, codesto!”

“Certo che lo chiamo così. Il coraggio “dei capitani di Castiglia, che cadendo si criccan la caviglia”.

“Cos’è, un carme di Catullo?”

“No, una cavatina della “Carmen”.

“Ah, di Chopin”.

“Di Cocciante, credo”.

Cinque chilometri di calma, poi:

“Corrado, mi coccoli? Su, carezzami il capino”.

“Cialtrone! Lo capisci che con i caproni non comunico?”

“Capisco chiaramente che così non è conveniente continuare”.

“E allora cessa con le cretinate!”

“Chissà!”

“Un po’ di carità cristiana!”

Corrado, chinato come un ciclone dal camper, corse verso casa caracollando come un cavallo ad un concorso alle Capannelle. Carlo, calmatosi e con una cera più colorita, chiamò con il cellulare i carabinieri della città confinante. Costoro lo condussero in caserma, dove confessò le collusioni del Cerofolini con la Camorra campana.

Corrado fu chiuso in un cupo carcere per “circonvenzione di capace”, concludendo così una carriera da criminale cominciata in collegio.

Carlo, contato sino a cento, si cinse il collo con un cappio di corda e crepò per cirrosi cronica.

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