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Il Giornale Domenica 11 settembre 2005

«La Messa Zeneize rispetta la liturgia»

Riservati al dialetto solo salmi, letture e predica

Il Giornale ha riportato varie opinioni di dissenso circa la celebrazione della «Messa Zeneize» (1) (2) (3) (4). Premetto che moltissime delle osservazioni fatte sono del tutto condivisibili, ma ritengo doveroso puntualizzare cosa sia la «Messa Zeneize» perché credo sia stata ampiamente fraintesa da tutti i lettori. Innanzi tutto è una Santa Messa, celebrata secondo il rito di Santa Madre Chiesa: quindi non è uno spettacolo dialettale! In secondo luogo riprende l’antica tradizione della messa in latino ma con predica in genovese che consentiva al celebrante di rivolgersi al popolo nell’unica lingua che capiva: il genovese o la parlata locale del posto. Ricordo poi che la celebrazione di una messa in lingua differente da quelle ammesse richiede una speciale approvazione da parte della Chiesa; forse è il caso di ricordare che è possibile celebrare la messa in monegasco, parlata molto simile al genovese. In ossequio alle regole della Chiesa, la «Messa Zeneize» è di solito celebrata in latino (qualche volta in italiano) riservando al genovese solamente le cosiddette «parti mobili della Messa» (le letture, il salmo responsoriale, le intenzioni di preghiera e la predica) che vengono dette in genovese avendo doverosamente ottenuto il consenso dell’Arcivescovo. Fuori dalle formalità segnalo che le versioni genovesi sono state fatte traducendo direttamente dalle lingue dei testi sacri e non dalla versione italiana. Questo è stato possibile grazie all’indispensabile contributo di Don Sandro Carbone, rettore del Santuario della Vittoria a Mignanego e valente esegeta, e alla partecipazione, per conto de «A Compagna», di Maria Vietz e mia per quanto riguarda la redazione in genovese e la successiva lettura durante la Messa. Vorrei infine rimarcare che il testo genovese è, in alcuni punti, più fedele all’originale del testo in italiano. Spero di essere stato esauriente, ma spero ancor di più di incontrare i lettori del giornale oggi pomeriggio alla celebrazione della Santa Messa Zeneize nella Chiesa di Santa Caterina da Genova.

Franco Bampi
Vice Presidente de “A Compagna”

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Il Giornale 11 settembre 2005

Torniamo alla messa in latino

Non saranno i riti in dialetto a farci comprendere il Sacro

Egregio direttore, la notizia di una Messa in dialetto genovese («Secolo XIX» del 2/9/2005), da celebrarsi l’11 p.v. in Santa Caterina di Portoria, mi ha gravemente turbato ma può essere lo spunto per una rinnovata riflessione sulla realtà della Chiesa e più in particolare sulla liturgia, cuore della fede.

Sgomberiamo subito il campo da un facile equivoco. Non si tratta di avversare il dialetto in quanto tale, anzi: chi vede nella conservazione delle tradizioni il fondamento dell’identità di un popolo e le radici a cui restare ancorati anche e soprattutto nei momenti storici di crisi, non può che amare e valutare grandemente questa lingua parlata così espressiva, vivace e colorita.

IL RITO ANTICO della messa recitata in latino

Ma la tradizione popolare non può essere confusa con la Tradizione della Chiesa Cattolica che mai, in molti secoli, ha celebrato il Santo Sacrificio se non nella lingua liturgica, il latino, lingua sacra, dotta, adatta per le cose di Dio.

Questo è il cuore della questione la perdita del senso del sacro. Che vuol dire separato, su un altro piano rispetto alle cose umane, distinto da esse come il cielo è distinto (e distante) dalla terra.

Questa perdita si osserva anche per il senso dello spazio sacro: sempre più le chiese sono luoghi dove si chiacchiera, si gironzola, si entra come in un museo per guardare le opere d’arte, si applaude come a teatro per sentire un concerto, si partecipa distratti a una festa di nozze.

Si deve prendere atto che, una volta tradotto (e tradito) il rito latino millenario, questo tesoro vivente della secolare sapienza della Chiesa, ogni invenzione e ogni profana trovata può essere proposta e approvata, sia dalla gerarchia, sia dai fedeli, che hanno smarrito il senso del sacro anche nel senso di intangibile. A nessuno è permesso toccare cioè manipolare, adattare, modificare, innovare, sperimentare ecc. Questo comandava il papa San Pio V nel 1570, promulgando il Messale Romano che normava la molteplicità dei riti precedenti che non avessero più di due secoli.

Dov’è quella prudenza, quella saggezza, quella venerazione della lex orandi giunta a noi attraverso i tempi e la storia?

Con quale folle presunzione si pretende di cambiare quello che non si è neppure ancora compreso nella sua meravigliosa profondità?

Dove e come l’uomo d’oggi potrà saziare la sua fame di Dio, la sua sete di mistero?

Con la Messa in «zeneize»? Non lo credo.

Auspichiamo vivamente che il Papa conceda al più presto la libera celebrazione della Messa in Rito Antico e per questo preghiamo.

Francesca Poluzzi

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Il Giornale Sabato 10 settembre 2005

Il dialetto è un valore ma è estraneo alla liturgia

Egregio Lussana, la notizia di una Messa in dialetto genovese, da celebrarsi in Santa Caterina di Portoria, mi ha gravemente turbato ma può essere lo spunto per una rinnovata riflessione sulla realtà della Chiesa e più in particolare sulla liturgia, cuore della fede. Non si tratta di avversare il dialetto in quanto tale, anzi: chi vede nella conservazione delle tradizioni il fondamento dell'identità di un popolo e le radici a cui restare ancorati, non può che amare e valutare grandemente questa lingua parlata così espressiva, vivace e colorita.Ma la tradizione popolare non può essere confusa con la Tradizione della Chiesa Cattolica che mai, in molti secoli, ha celebrato il Santo Sacrificio se non nella lingua liturgica, il latino, lingua sacra, dotta, adatta per le cose di Dio. Questo è il cuore della questione: la perdita del senso del sacro. Che vuol dire separato, su un altro piano rispetto alle cose umane.Questa perdita si osserva anche per il senso dello spazio sacro: sempre più le chiese sono luoghi dove si chiacchiera, si gironzola, si entra come in un museo per guardare le opere d'arte, si applaude come a teatro per sentire un concerto, si partecipa distratti a una festa di nozze. Si deve prendere atto che, una volta tradotto (e tradito) il rito latino millenario, questo tesoro vivente della secolare sapienza della Chiesa, ogni invenzione e ogni profana trovata può essere proposta e approvata, sia dalla gerarchia, sia dai fedeli, che hanno smarrito il senso del sacro anche nel senso di intangibile. A nessuno è permesso toccare cioè manipolare, adattare, modificare, innovare, sperimentare ecc. Questo comandava il papa San Pio V nel 1570, promulgando il Messale Romano. Dov'è quella prudenza, quella saggezza, quella venerazione della lex orandi giunta a noi attraverso i tempi e la storia? Con quale folle presunzione si pretende di cambiare quello che non si è neppure ancora compreso nella sua meravigliosa profondità? Dove e come l'uomo d'oggi potrà saziare la sua fame di Dio, la sua sete di mistero? Con la Messa in «zeneize»? Non lo credo. Auspichiamo vivamente che il Papa conceda al più presto la libera celebrazione della Messa in Rito Antico e per questo preghiamo.

Mauro Buzzetti

(3 - indietro)

Il Giornale Sabato 10 settembre 2005

(4 - indietro)

Il Giornale Sabato 10 settembre 2005

La Messa in genovese è contro la vera Chiesa

Egregio dottor Lussana, faccio riferimento al dibattito che si è creato sulle pagine del Giornale in merito alla celebrazione della Santa Messa in dialetto genovese, e al riguardo desidero esprimere alcune mie considerazioni.

La Liturgia in Latino è no-stra cultura di base!

La nota della dottoressa Francesca Poluzzi, che condivido, mi sembra di particolare attualità: la Santa Chiesa Cattolica, attraverso il nuovo Sommo Pontefice è in costante cammino per la riaffermazione della sua centralità e universalità.

Colonia ci ha insegnato, fra l’altro, che la Liturgia in latino è stata una ulteriore modalità di fraternità fra i giovani, ciascuno diverso dall’altro per in-dividualità, cultura, razza ma insieme nell’unica vera Chiesa e che non hanno certo ad esempio quel «povero» Giuliani sulle cui vicende sarebbe meglio stendere un pietosissimo velo.

Oggi purtroppo paghiamo le carenze di certi giovani (forse anche Andrea Gallo fu giovane un tempo!), divenuti pure presbiteri in frangenti di crisi vocazionali, ma che restano senza quell’adeguata cultura, anche della lingua latina, necessaria per valorizzare il senso della Tradizione.

La Costituzione Conciliare Sacrosantum Concilium ci ricorda che la Liturgia è culmine e fonte dell’azione della Chiesa; ed a mio avviso il latino sa rendere, senza nulla voler togliere all’azione liturgica in lingua locale che può coesistere, il concetto della radice culturale cristiana di cui è mancante quell’Europa che nel tentativo di egemonia, mercantile e monetaria, si sente, finanche affine alla Turchia, tanto da poterne ipotizzare un'adesione.

Gianrenato De Gaetani
Rapallo

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